L'impossibile negazione del socialismo
"Io parlo qui da un punto di vista generale; e trascendo le passioni e le contingenze del luogo e del momento. Come storico e come osservatore politico, non ignoro che il tale o tal altro movimento che prende nome di socialistico, nel tale o tal altro luogo e momento, può essere con maggiore o minor ragion contrastato; come, del resto, qualsiasi altro programma politico, che è sempre contingente e può essere più o meno stravagante o immaturo o celante un contenuto diverso dalla sua forma apparente. Ma, da un punto di vista generale, pretender di distruggere il movimento operaio, nato dal seno stesso della borghesia, sarebbe il medesimo che pretender di cancellare la rivoluzione francese, la quale creò il dominio della borghesia; anzi l’assolutismo illuminato del secolo XVIII, che preparò la rivoluzione; e via via sospirare alla restaurazione del feudalismo e del sacro romano impero, anzi a ritirare addirittura la storia alle sue origini; dove poi non so se si troverebbe il comunismo primitivo dei presociologì (e la lingua unica del prof. Trombettì !), ma non vi si troverebbe di certo — la civiltà. Chi prende a combattere il socialismo, non più in questo o quel momento della vita di un paese, ma in generale. — diciamo così, nella sua idea, — è costretto a negar la civiltà, e il concetto stesso morale su cui la civiltà si fonda. Negazione impossibile; negazione che la parola si rifiuta di pronunciare; e che perciò ha dato origine agli ineffabili ideali della forza per la forza, dell’imperialismo, dell’aristocraticismo: tanto brutti che ai loro stessi sostenitori non regge l’animo di sostenerli a rigore, ed ora li temperano con mescolarvi elementi eterogenei, ora li presentano con cert’aria
di bizzarria fantastica e di paradosso letterario. Ovvero, ha dato luogo, per contraccolpo, agli ideali, peggio che brutti, melensi, della pace, del quietismo, della non resistenza al male, con l’annesso origenismo."
( Di un carattere della più recente letteratura italiana, 1907)