CONTRO
LA TROPPA FILOSOFIA POLITICA
Alla
protesta che mossi l’altra volta contro la “troppo filosofia” vorrei aggiungere quella contro il troppo di
filosofia politica, che vedo oggi in giro.
Se la troppa filosofia è l’infeconda preponderanza data all’astratto
concetto sul concreto giudizio, la
“troppa filosofia politica” è l’usurpazione che la teoria tenta di compiere nel
dominio dell’azione e della pratica, l’indebito miscuglio della teoria e della
prassi, la reciproca corruttela del senso filosofico e del senso politico.
Donde mai
nasce codesto vezzo, che si è preso, di vantare l’idealismo filosofico come il
fondamento e l’esponente della politica salutare all’Italia, della politica che
l’ha condotta alla guerra e alla vittoria e che si sforza ora di restaurare lo Stato, della vera politica liberale,
conforme alle tradizioni del Risorgimento e per esse alla filosofia del
Gioberti? Non so se questa gonfiatura della filosofia a politica e della
politica a filosofia possa riuscire gradita a qualcuno; a me certamente non
piace, non tanto per il pericolo che c’è nel legare la sorte dei filosofemi
alle vicende dei partiti e delle imprese politiche, quanto, e soprattutto,
perché l’eventuale accrescimento e autorità che una dottrina filosofica possa
ricevere dalla fortuna della politica a
cui è stata legata, porta, con il guadagno estrinseco, una perdita intrinseca,
intorbidi la purezza della conoscenza e, per smania di dare inopportuno vigore
al vero, lo ammazza.
In fondo, si
tratta di un bisticcio di termini e di una grossa confusione. La teoria
idealistica della realtà e della storia, poiché è dialettica, è liberale, e
riconosce, con la necessità della lotta, l’ufficio e la necessità di tutti i
più diversi partiti e degli uomini più
diversi. Questa teoria esclude in quanto teoria le altre teorie diverse e opposte e, per esempio, quella cattolica e
quella democratica o comunistica, che entrambe pongono a misura della storia,
non la storia stessa, ma un ideale trascendente, un paradiso in cielo o in
terra, e perciò sono incapaci di comprendere la vita umana, che in esse si
configura o come un pellegrinaggio con l’occhio intento al cielo attraverso una
valle di lacrime, o come una serie di irrazionalità e di orrori che debbono
mettere capo a una definitiva razionalità, un correre affannoso che si acqueterà
in una stasi. Ma la teoria dialettica o
liberale della storia se, combattendo le diverse opposte teorie, combatte la
teocrazia, la democrazia e il comunismo in quanto teorie, come partiti ossia
come fatti politici non li combatte ma li abbraccia e li comprende in sé; e
abbraccia e comprende in sé, cioè abbassa sotto di sé, anche il cosiddetto
partito liberale, come partito tra i partiti, momento tra i momenti dello
svolgimento storico. E’ chiaro infatti, che non appena si passi dalla teoria
alla pratica, dalla filosofia della politica e della storia alla politica e
alla storia, non si hanno più dinanzi posizioni logiche, ma interessi, forze da
adoperare e da appoggiare contro certe altre forze, classi,
gruppi e individui da avversare; e l’uomo d’azione, comunista o cattolico che
si dica, non potrà mai fare del liberalismo, del comunismo o del cattolicismo
(cioè della teoria), ma sempre
contrapporrà forze a forze, interressi a interessi, individui a individui,
mettendo le sue poste nel giuoco che l’evento deciderà. Non che sia da
sperare che egli rinunzi a fregiarsi di
quei nomi dottrinali, ad ammantarsi di quelle teorie, di appellarsi alla religione, alla scienza, alla
filosofia; la limpida consapevolezza del rapporto reale tra teoria e pratica è di
pochi, e di non molti l’insensibilità e l’indifferenza alle teorie quando si
tratta di agire. Non sono molti gli artisti e i poeti che si mantengono indifferenti alle teorie
della critica e dell’estetica, e sono solo pochi quelli che ne conoscono il
vero rapporto con la produzione dell’arte; il più dei poeti e degli artisti si danno a credere di attuare
i dettami di qualche estetica, impressionistica, moralistica o magari
intuizionistica. E questa illusione ha
la sua necessità soggettiva e il suo uso oggettivo: mundus vult decipi, e perfino lo stesso ingannatore vuole ingannare e
inganna se stesso. Ma ciò non toglie che chi filosofa debba conoscere e tenere
presente quel rapporto vero.
So bene che,
a udir rammentare questa linea di distinzione tra teoria e pratica, tra
filosofia e politica, tra liberalismo che è storia e liberalismo che è
particolare partito politico, si suol rispondere con l’obiezione o col lamento
che, a questo modo, si scinde pensiero e azione e si nega l’efficacia pratica
delle dottrine. Al che sarebbe da ribattere che, non facendo a questo modo, si negano verità e azione insieme, e si ricade in un oscuro determinismo. L’efficacia della logica è sulla logica,
della dottrina sulla dottrina, della filosofia sulla filosofia; e non è piccol
beneficio quello che reca la filosofia idealistica, di sgombrare i fantasmi e
placare i tormenti di diverse visioni della storia e della politica, di ampliare la mente e l’animo, di premunire contro il facile disperare e il
vano imprecare, di produrre una superiore tolleranza e rassegnazione e
conferire calma e coraggio. Ciò che essa non può dare, e che nessuna filosofia
può dare, è la formula che permetta con
sicurezza di sapere quello che caso per caso sia da operare, e risparmi la fatica
e la responsabilità della risoluzione individuale. Per questa parte, non si inculcherà mai abbastanza la verità
che l’azione pratica non si deduce da alcuna teoria, ma è un atto di amore e di
odio, ed è la creazione di ogni istante, né più né meno della creazione delle
parole e della poesia,e, come questa non si riduce a termini intellettuali e si
giustifica solo in se stessa, nella purità della propria ispirazione, nella
voce della coscienza. Se l’azione pratica e politica fosse conseguenza di una
conoscenza o di una dottrina, tutti dovrebbero operare per lo stesso verso,
come tutti devono accogliere una proposizione scientifica stabilita; e invece
ciascuno opera a suo modo, e i partiti e gli individui si dividono e, si
oppongono, si combattono: e guai se così non fosse, guai se alle nostre azioni
individuali mancasse il contrappeso, o anche la zavorra, delle azioni diverse e
contrarie. Alla vanitosa presunzione di possedere la verità politica bisogna
sostituire negli animi l’umile coscienza di rappresentare la parte che la voce
interiore ci comanda di rappresentare nel dramma del mondo: la parte che non è
tutto e sa di non essere tutto e non vuol essere tutto, ma sa insieme di essere indispensabile al tutto e in questa consapevolezza attinge
alla propria dignità. Strana, senza dubbio, e contraddittoria, a chi
superficialmente consideri questa volontà che non può giustificare se stessa
altrimenti che con la sua semplice presenza, e che ama con piena dedizione e
odia risolutamente,ma, amando e odiando senza
limiti, avverte nondimeno che quell’illimitato è limitato, che
quell’assoluto è contingente; e ricusa a ogni rinunzia e a ogni rinunzia è
preparata. Strana e contraddittoria, se questa unione di contrari, questa
irrequietezza, non fosse la vita stessa, la vita, che è così difficile viver bene.
La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da B. Croce, 21, 1923