lunedì 22 dicembre 2014

Contro la troppa filosofia politica


CONTRO LA  TROPPA  FILOSOFIA POLITICA
Alla protesta che mossi l’altra volta contro la “troppo filosofia”  vorrei aggiungere quella contro il troppo di filosofia politica, che vedo oggi in giro.  Se la troppa filosofia è l’infeconda preponderanza data all’astratto concetto sul concreto giudizio,  la “troppa filosofia politica” è l’usurpazione che la teoria tenta di compiere nel dominio dell’azione e della pratica, l’indebito miscuglio della teoria e della prassi, la reciproca corruttela del senso filosofico e del senso politico.
Donde mai nasce codesto vezzo, che si è preso, di vantare l’idealismo filosofico come il fondamento e l’esponente della politica salutare all’Italia, della politica che l’ha condotta alla guerra e alla vittoria e che si sforza ora  di restaurare  lo Stato, della vera politica liberale, conforme alle tradizioni del Risorgimento e per esse alla filosofia del Gioberti? Non so se questa gonfiatura della filosofia a politica e della politica a filosofia possa riuscire gradita a qualcuno; a me certamente non piace, non tanto per il pericolo che c’è nel legare la sorte dei filosofemi alle vicende dei partiti e delle imprese politiche, quanto, e soprattutto, perché l’eventuale accrescimento e autorità che una dottrina filosofica possa ricevere dalla fortuna  della politica a cui è stata legata, porta, con il guadagno estrinseco, una perdita intrinseca, intorbidi la purezza della conoscenza e, per smania di dare inopportuno vigore al vero, lo ammazza. 
In fondo, si tratta di un bisticcio di termini e di una grossa confusione. La teoria idealistica della realtà e della storia, poiché è dialettica, è liberale, e riconosce, con la necessità della lotta, l’ufficio e la necessità di tutti i più diversi  partiti e degli uomini più diversi. Questa teoria esclude in quanto teoria le altre teorie diverse e  opposte e, per esempio, quella cattolica e quella democratica o comunistica, che entrambe pongono a misura della storia, non la storia stessa, ma un ideale trascendente, un paradiso in cielo o in terra, e perciò sono incapaci di comprendere la vita umana, che in esse si configura o come un pellegrinaggio con l’occhio intento al cielo attraverso una valle di lacrime, o come una serie di irrazionalità e di orrori che debbono mettere capo a una definitiva razionalità, un correre affannoso che si acqueterà in una stasi.  Ma la teoria dialettica o liberale della storia se, combattendo le diverse opposte teorie, combatte la teocrazia, la democrazia e il comunismo in quanto teorie, come partiti ossia come fatti politici non li combatte ma li abbraccia e li comprende in sé; e abbraccia e comprende in sé, cioè abbassa sotto di sé, anche il cosiddetto partito liberale, come partito tra i partiti, momento tra i momenti dello svolgimento storico. E’ chiaro infatti, che non appena si passi dalla teoria alla pratica, dalla filosofia della politica e della storia alla politica e alla storia, non si hanno più dinanzi posizioni logiche, ma interessi, forze da adoperare  e da  appoggiare contro certe altre forze, classi, gruppi e individui da avversare; e l’uomo d’azione, comunista o cattolico che si dica, non potrà mai fare del liberalismo, del comunismo o del cattolicismo (cioè della teoria),  ma sempre contrapporrà forze a forze, interressi a interessi, individui a individui, mettendo le sue  poste nel  giuoco che l’evento deciderà. Non che sia da sperare che egli rinunzi  a fregiarsi di quei nomi dottrinali, ad ammantarsi di quelle teorie, di  appellarsi alla religione, alla scienza, alla filosofia; la limpida consapevolezza del  rapporto reale tra teoria e pratica è di pochi, e di non molti l’insensibilità e l’indifferenza alle teorie quando si tratta di agire. Non sono molti gli artisti e i poeti  che si mantengono indifferenti alle teorie della critica e dell’estetica, e sono solo pochi quelli che ne conoscono il vero rapporto con la produzione dell’arte; il più dei poeti  e degli artisti si danno a credere di attuare i dettami di qualche estetica, impressionistica, moralistica o magari intuizionistica. E questa  illusione ha la sua necessità soggettiva e il suo uso oggettivo: mundus vult decipi, e perfino  lo stesso ingannatore vuole ingannare e inganna se stesso. Ma ciò non toglie che chi filosofa debba conoscere e tenere presente quel rapporto vero.
So bene che, a udir rammentare questa linea di distinzione tra teoria e pratica, tra filosofia e politica, tra liberalismo che è storia e liberalismo che è particolare partito politico, si suol rispondere con l’obiezione o col lamento che, a questo modo, si scinde pensiero e azione e si nega l’efficacia pratica delle dottrine. Al che sarebbe da ribattere che,  non  facendo a questo modo,  si negano verità e azione insieme,  e si ricade in un oscuro determinismo.  L’efficacia della logica è sulla logica, della dottrina sulla dottrina, della filosofia sulla filosofia; e non è piccol beneficio quello che reca la filosofia idealistica, di sgombrare i fantasmi e placare i tormenti di diverse visioni della storia e della politica, di  ampliare la mente e l’animo,  di premunire contro il facile disperare e il vano imprecare, di produrre una superiore tolleranza e rassegnazione e conferire calma e coraggio. Ciò che essa non può dare, e che nessuna filosofia può dare,  è la formula che permetta con sicurezza di sapere quello che caso per caso sia da operare, e risparmi la fatica e la responsabilità della risoluzione individuale. Per questa parte,  non si inculcherà mai abbastanza la verità che l’azione pratica non si deduce da alcuna teoria, ma è un atto di amore e di odio, ed è la creazione di ogni istante, né più né meno della creazione delle parole e della poesia,e, come questa non si riduce a termini intellettuali e si giustifica solo in se stessa, nella purità della propria ispirazione, nella voce della coscienza. Se l’azione pratica e politica fosse conseguenza di una conoscenza o di una dottrina, tutti dovrebbero operare per lo stesso verso, come tutti devono accogliere una proposizione scientifica stabilita; e invece ciascuno opera a suo modo, e i partiti e gli individui si dividono e, si oppongono, si combattono: e guai se così non fosse, guai se alle nostre azioni individuali mancasse il contrappeso, o anche la zavorra, delle azioni diverse e contrarie. Alla vanitosa presunzione di possedere la verità politica bisogna sostituire negli animi l’umile coscienza di rappresentare la parte che la voce interiore ci comanda di rappresentare nel dramma del mondo: la parte che non è tutto e sa di non essere tutto e non vuol essere tutto, ma sa insieme  di essere indispensabile  al tutto e in questa consapevolezza attinge alla propria dignità. Strana, senza dubbio, e contraddittoria, a chi superficialmente consideri questa volontà che non può giustificare se stessa altrimenti che con la sua semplice presenza, e che ama con piena dedizione e odia risolutamente,ma, amando e odiando senza  limiti, avverte nondimeno che quell’illimitato è limitato, che quell’assoluto è contingente; e ricusa a ogni rinunzia e a ogni rinunzia è preparata. Strana e contraddittoria, se questa unione di contrari, questa irrequietezza, non fosse la vita stessa, la vita, che è così difficile viver bene.

La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da B. Croce, 21, 1923


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